Scrivere è una vocazione - Danilo Ruffo

Scrivere è una vocazione

Scrivere è una vocazione

Chi può scrivere? La risposta, apparentemente, è semplice: tutti. Tutti possono prendere una penna, aprire un quaderno, accendere un computer e cominciare a mettere delle parole una accanto all’altra. Tutti possono raccontare un’esperienza, esprimere un pensiero, inventare una storia, descrivere un’emozione. La scrittura, almeno nella sua forma più elementare, appartiene a ogni essere umano. Non è un’attività riservata a una ristretta cerchia di persone nate con un talento particolare. Si può imparare a scrivere, si può migliorare, si può studiare, ci si può allenare. Ma tra il semplice scrivere e diventare scrittori esiste una distanza enorme. Ed è proprio questa distanza a spiegare perché, pur potendo scrivere tutti, siano relativamente pochi coloro che riescono a fare della scrittura una parte autentica della propria identità. La difficoltà non sta soltanto nel mettere insieme parole corrette o nel costruire una frase elegante. La vera difficoltà consiste nel dedicare alla scrittura il tempo, l’energia e la costanza necessari per trasformare una capacità in una competenza e una competenza in una vera vocazione. Scrivere richiede dedizione. Richiede sudore, fatica, studio e spesso anche dolore. Richiede soprattutto la disponibilità a ricominciare molte volte, a riconoscere i propri errori e ad accettare che ciò che abbiamo scritto non sia ancora all’altezza di ciò che avevamo immaginato.

Chi osserva dall’esterno il lavoro dello scrittore potrebbe pensare che tutto dipenda dall’ispirazione. Si immagina lo scrittore seduto davanti alla pagina, improvvisamente attraversato da un’idea e capace di trasformarla senza difficoltà in un testo compiuto. Ma la realtà è molto diversa. L’ispirazione può dare origine a un pensiero, a un’immagine, a una storia, ma non basta a costruire una buona scrittura. Dopo l’idea arriva il lavoro. Bisogna trovare le parole, organizzare i pensieri, eliminare ciò che non serve, correggere, riscrivere, rileggere. Bisogna avere la pazienza di rimanere davanti a una pagina anche quando quella pagina sembra non voler collaborare. È qui che la vocazione diventa diversa dal semplice desiderio. Desiderare di diventare scrittori è facile. Molte persone amano l’idea di scrivere un libro, di vedere il proprio nome sulla copertina, di essere lette e riconosciute. Ma amare l’idea di essere scrittori non significa necessariamente amare la scrittura. La vocazione si riconosce soprattutto nel rapporto con il lavoro. Chi sente davvero la scrittura come parte di sé continua anche quando nessuno lo applaude, quando nessuno pubblica ciò che ha scritto, quando riceve una critica, quando un editore rifiuta un manoscritto o quando un testo che sembrava importante non produce alcun risultato.

La vocazione si misura nella perseveranza. Chi sceglie di scrivere deve prepararsi a ricevere molti no. È una delle prime realtà che bisogna accettare. Un manoscritto può essere rifiutato. Un articolo può non essere pubblicato. Una proposta può non interessare. Un editore può decidere che il testo non è adatto al proprio catalogo. Un lettore può non apprezzarlo. Persino persone che stimiamo possono dirci che ciò che abbiamo scritto non funziona. Ogni rifiuto può fare male. Ma il dolore del rifiuto non deve necessariamente trasformarsi in una ragione per smettere. Anzi, spesso è proprio attraverso i no che uno scrittore comprende meglio che cosa deve migliorare. Un rifiuto può essere ingiusto, può essere dovuto a circostanze che non dipendono dalla qualità del testo, oppure può contenere un’indicazione preziosa. Il problema è imparare a distinguere queste situazioni. Non bisogna interpretare ogni no come una condanna definitiva, ma neppure ignorare automaticamente ogni critica pensando che siano sempre gli altri a non capire. Qui entra in gioco una delle qualità più importanti per chi vuole fare della scrittura una vocazione: la capacità di ascoltare.

Esistono consigli preziosi e consigli sbagliati. Esistono persone capaci di leggere un testo e individuare un problema che noi non avevamo visto, così come esistono persone che, pur avendo buone intenzioni, ci suggeriscono modifiche che finirebbero per allontanare la nostra scrittura da ciò che vogliamo davvero esprimere. Per questo non bisogna commettere né l’errore di fare sempre di testa propria né quello opposto di seguire ciecamente ogni suggerimento. Fare sempre di testa propria può diventare una forma di presunzione. Se siamo convinti che ogni nostra scelta sia necessariamente corretta, non lasciamo spazio alla possibilità di imparare. Uno scrittore che non accetta mai una critica rischia di rimanere fermo, perché non riconosce i propri limiti. La scrittura, invece, richiede anche umiltà. Bisogna essere capaci di ammettere che una frase può essere migliorata, che una struttura può essere modificata, che un passaggio può essere eliminato e che qualcuno può aver visto nel nostro testo qualcosa che noi non riuscivamo a vedere. Ma anche seguire tutti i consigli senza pensarci è un errore. Lo scrittore non può trasformarsi in un esecutore delle opinioni altrui. Se accettasse ogni suggerimento senza valutarlo, finirebbe per perdere la propria voce. Un testo potrebbe diventare tecnicamente corretto ma non avere più l’identità di chi lo ha scritto. La scrittura non può essere il risultato della somma delle opinioni degli altri. Deve mantenere una direzione, una personalità, una voce.

Per questo uno scrittore deve imparare a distinguere. Deve chiedersi da chi arriva il consiglio, perché viene dato, quale problema cerca di risolvere e, soprattutto, se quella modifica rende davvero il testo migliore. Non basta che qualcuno ci dica «devi cambiare questa cosa». Dobbiamo comprendere perché dovremmo cambiarla. Un consiglio utile non è quello che ci impone una soluzione, ma quello che ci aiuta a vedere meglio un problema. La capacità di ascoltare senza rinunciare alla propria autonomia è una forma di maturità. Significa accettare che gli altri possano avere ragione senza pensare che abbiano sempre ragione. Significa essere disponibili a cambiare senza perdere se stessi. Significa comprendere che la scrittura è anche un percorso di apprendimento nel quale il confronto con gli altri può essere prezioso. Ma tutto questo richiede tempo. Non si diventa scrittori dall’oggi al domani. Non basta pubblicare un libro per diventare automaticamente scrittori, così come non basta scrivere per qualche mese per conoscere davvero questo mestiere. La scrittura richiede esperienza. E l’esperienza nasce dalla pratica. Bisogna leggere molto, scrivere molto, studiare la lingua, osservare come lavorano gli altri, conoscere generi e forme differenti, sperimentare e soprattutto correggere. Bisogna scrivere anche quando non ci si sente particolarmente ispirati. Bisogna tornare sulla pagina anche dopo una giornata difficile. Bisogna accettare la fatica della revisione, che spesso è meno gratificante della prima stesura ma altrettanto importante. Bisogna imparare a cancellare ciò che ci piace quando ci accorgiamo che non serve alla storia o al ragionamento. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che una bella frase, da sola, non rende necessariamente migliore un testo. La vocazione, quindi, non elimina la fatica. La rende accettabile. Questa è una distinzione fondamentale. Se scrivere fosse sempre facile, probabilmente la scrittura perderebbe una parte del suo valore. Il fatto che sia difficile significa che richiede una scelta continua. Ogni volta che uno scrittore torna davanti alla pagina sta rinnovando quella scelta. Sta dicendo a se stesso che vale la pena continuare. E continuare è forse la parola più importante. Perché nella scrittura il talento può aiutare, ma non sostituisce la perseveranza. Una persona può avere una grande capacità naturale e non riuscire a trasformarla in un risultato concreto se non è disposta a lavorare. Al contrario, una persona che inizialmente possiede meno facilità può crescere enormemente attraverso lo studio e l’esercizio.

La scrittura è una delle attività nelle quali il tempo può trasformarsi in qualità. Più si scrive, più si comprende la lingua. Più si legge, più si riconoscono le possibilità della narrazione e dell’espressione. Più si corregge, più si sviluppa la capacità di individuare i propri errori. Più si ricevono critiche, più si impara a separare una critica utile da un giudizio superficiale. Più si fallisce, più si comprende che un fallimento non coincide necessariamente con la fine del percorso. Naturalmente perseverare non significa insistere sempre nello stesso modo. Continuare non significa ripetere all’infinito gli stessi errori. Significa essere capaci di cambiare strategia, imparare, adattarsi e migliorare. Se un testo non funziona, non significa necessariamente che dobbiamo smettere di scrivere. Può significare che dobbiamo capire perché non funziona. Se una proposta viene rifiutata, possiamo domandarci se il problema sia il testo, il destinatario, il momento o semplicemente una scelta editoriale. Se una critica si ripete, forse vale la pena ascoltarla con particolare attenzione. La vocazione dello scrittore, dunque, non è una comoda certezza. È una relazione continua con il dubbio.

Uno scrittore può chiedersi molte volte se sia abbastanza bravo. Può guardare ciò che ha scritto e non riconoscersi più nelle proprie parole. Può pensare che qualcun altro sia molto più capace. Può attraversare periodi nei quali ogni frase sembra sbagliata. Ma anche in questi momenti deve cercare di ricordare perché ha cominciato. Perché la vocazione non coincide con la sicurezza. Si può essere insicuri e continuare a scrivere. Si può avere paura e continuare a scrivere. Si può essere stanchi e continuare a scrivere. Si può essere stati rifiutati molte volte e continuare a scrivere. La vocazione si manifesta proprio nella capacità di tornare alla pagina nonostante tutto. Ed è forse questo che distingue realmente chi scrive da chi è scrittore. Chi scrive può farlo occasionalmente. Chi sente la scrittura come vocazione non riesce a considerarla soltanto un’attività occasionale. Le parole diventano un modo per comprendere la propria esperienza, per osservare il mondo e per comunicare con gli altri. La scrittura diventa parte della propria identità. Questo non significa che ogni scrittore debba necessariamente pubblicare, vivere della propria scrittura o ottenere fama. La vocazione non si misura dal successo commerciale. Si misura dalla profondità del rapporto che una persona instaura con ciò che scrive. Uno scrittore può essere conosciuto da milioni di persone oppure da pochissime. Può pubblicare decine di libri oppure conservarne alcuni nel proprio cassetto. Può ricevere premi oppure non ricevere mai alcun riconoscimento. Ciò che conta è che continui a lavorare sulle parole perché sente che attraverso di esse può dire qualcosa che altrimenti rimarrebbe senza forma.

Scrivere è una vocazione esattamente come può esserlo fare il medico o fare il sacerdote. Sono vocazioni diverse, naturalmente, perché diverse sono le loro finalità, le responsabilità e il modo in cui si manifestano nella vita di una persona. Ma hanno qualcosa in comune: non nascono semplicemente dalla scelta di una professione. Nascono da una spinta più profonda, dalla sensazione di essere portati verso qualcosa e di trovare proprio in quella strada una parte importante della propria ragione di essere.Nessuno pensa che fare il medico significhi soltanto frequentare l’università, superare gli esami e ottenere una laurea. Tutto questo è necessario, ma non è sufficiente a spiegare perché una persona scelga di dedicare la propria vita alla medicina. Dietro quella scelta può esserci una vocazione: il desiderio di curare, di aiutare, di conoscere il corpo umano, di assumersi la responsabilità della vita e della salute degli altri. Lo stesso vale per chi sceglie il sacerdozio. Diventare sacerdote richiede studio, preparazione, disciplina e anni di formazione, ma alla base c’è una chiamata che va oltre la semplice scelta di un’attività. È una decisione che coinvolge l’intera persona e il modo in cui intende vivere la propria esistenza. Anche per chi scrive può essere così. Si può imparare a scrivere, studiare la lingua, leggere, esercitarsi, migliorare lo stile. Ma a un certo punto tutto questo può diventare qualcosa di più. Si può sentire il bisogno di scrivere, di mettere ordine nei propri pensieri attraverso le parole, di raccontare ciò che si vede, di comprendere la realtà e restituirla agli altri attraverso una pagina. Per questo scrivere non dovrebbe essere considerato soltanto un mestiere. Come il medico sente di essere chiamato alla medicina e il sacerdote al sacerdozio, lo scrittore può sentire di essere chiamato alla scrittura. La professione viene dopo: prima c’è quella voce interiore che indica una strada. E quando quella voce è autentica, scrivere non è semplicemente ciò che si fa. È ciò che si sente di dover fare.

La scrittura come vocazione è una strada lunga, spesso faticosa e tutt’altro che garantita. Non promette successo, non assicura riconoscimenti e non elimina i momenti di scoraggiamento. Chiede invece dedizione, disciplina, studio, pazienza e una grande capacità di resistere alle difficoltà. Ma chiede anche qualcosa di più: la capacità di credere nel proprio percorso senza diventare prigionieri del proprio ego. Bisogna avere fiducia, ma anche umiltà. Bisogna ascoltare, ma anche scegliere. Bisogna accettare le critiche, ma non consegnare agli altri la propria voce. Bisogna conoscere i propri limiti, ma non trasformarli in una sentenza definitiva. In definitiva, tutti possono scrivere, ma non tutti sono disposti a fare ciò che la scrittura richiede per diventare una vera vocazione. Perché la vocazione non è semplicemente il desiderio di arrivare. È la disponibilità a percorrere la strada, anche quando è lunga, difficile e piena di ostacoli. Lo scrittore non nasce soltanto quando scrive la prima parola. Nasce ogni volta che decide di continuare. Continua dopo un rifiuto. Continua dopo una critica. Continua dopo una pagina da buttare. Continua quando nessuno lo legge. Continua quando dubita di se stesso. Continua quando il risultato sembra lontano. Continua perché, nonostante la fatica, sente che scrivere è qualcosa che deve fare. Ed è proprio in questa ostinazione, in questa pazienza e in questa dedizione che la scrittura smette di essere soltanto un’attività e diventa vocazione. Non perché lo scrittore sia destinato al successo, ma perché ha scelto di non abbandonare ciò che sente appartenere profondamente alla propria identità. Scrivere, in fondo, significa anche questo: avere qualcosa da dire e accettare tutto il lavoro necessario per riuscire a dirlo nel modo migliore possibile.

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