Jane Smiley e la voce dell’ascoltatore: la scrittura come atto d’amore

L’articolo di Jane Smiley “The muse: the listener also instructs” si rivela come la scrittura, lungi dall’essere un atto puramente solitario, possa fiorire e mutare radicalmente attraverso l’interazione diretta con un ascoltatore, trasformandosi da un’impresa segreta a un’evoluzione condivisa, fino a diventare, in ultima analisi, un vero e proprio “atto d’amore”.

L’esperienza che ha portato Smiley a questa profonda intuizione è nata da una semplice “nozione” e da una precedente frustrazione. Per il suo romanzo comico “Moo”, Smiley era stata la sua “migliore audience”, ridendo da sola nel suo ufficio mentre scriveva “battute e pagine e capitoli divertenti”. Tuttavia, la reazione del pubblico quando leggeva brani ad alta voce era spesso di “sguardi ben intenzionati ma vuoti”. Sebbene il libro abbia poi trovato il suo pubblico, i riscontri positivi arrivarono “troppo tardi” per influenzare il suo stato d’animo durante la stesura del suo romanzo successivo, “The all-true travels and adventures of Lidie Newton”. Questa discordanza tra la gioia privata della creazione e il ritardo nella ricezione pubblica ha preparato il terreno per un approccio diverso.

Con un nuovo romanzo in cantiere e un nuovo amico, Jack, che non era un lettore abituale dei suoi libri, Smiley decise di intraprendere un esperimento: leggere il manoscritto ad alta voce a lui, capitolo per capitolo. Jack, inizialmente “un po’ perplesso” e incerto sul suo ruolo di ascoltatore, si chiedeva se dovesse offrire suggerimenti o se si sarebbe annoiato, specialmente non sapendo nulla di corse di cavalli. L’obiettivo iniziale di Smiley era puramente egoistico: la presenza di Jack doveva servire solo da “occasione per lei di ridere delle sue stesse battute”. Sorprendentemente, Jack si dimostrò “perfetto”: la sua reazione si limitava a “ridere, annuire, dire mmmm, sì e grazie”, senza mai una critica o un suggerimento. Anzi, la sua semplice curiosità per la prossima lettura, “quando il prossimo reading sarebbe stato”, spingeva Smiley a “spingersi un po’” per completare i capitoli. Questa reazione, sebbene minimale, fu la catalizzatrice di un profondo cambiamento.

La trasformazione del suo processo di scrittura fu rapida. Il suo modo di pensare il testo mutò radicalmente: da “Oh, mi piace” a “Oh, a Jack piacerà”. Questa anticipazione del piacere condiviso intensificava la sua risata, facendola ridere “per lui, per me, e in anticipazione del piacere di condividere con lui”. Jack si sintonizzò rapidamente con la sua estetica, rispondendo con “grugniti, risatine o mormorii” proprio nei punti in cui l’autrice aveva inteso un’ironia o un punto specifico. Per Smiley, ciò significava che le sue parole comunicavano chiaramente “a livelli sia di senso che di emozione”, e che erano “in sincronia”.

Dopo circa 150 pagine, Jack offrì il suo primo suggerimento: una richiesta di chiarimento. Nonostante un’iniziale reazione di stizza, Smiley comprese subito che Jack era “l’audience ideale anche in questo”, poiché le sue domande coincidevano sempre con i punti in cui lei stessa era stata “confusa o incurante”. Il fatto che chiedesse raramente chiarimenti divenne un indicatore che comprendeva “quasi tutto”, un enorme sollievo per l’autrice. Persino quando Jack raccontò una battuta che lei incluse nel romanzo e poi corresse il suo linguaggio e il suo tempismo, sebbene inizialmente infastidita, Smiley riconobbe il valore di questo feedback diretto. Questi episodi sottolineano come un ascoltatore attento e non giudicante possa affinare la chiarezza e l’efficacia narrativa, agendo da vera e propria “musa” che istruisce attivamente.

Il processo creativo assunse una dimensione ancora più profonda quando Smiley iniziò a “raffigurare la loro relazione, riorganizzata in modo caleidoscopico, nel romanzo e poi leggerla a lui”. Queste sezioni provocavano molti “hmmm” da parte di Jack, ma nessuna discussione esplicita, un silenzio che Smiley interpretò come un “onore al suo diritto al punto di vista” e la comprensione da parte di Jack di cosa significasse “essere osservato in dettaglio, una delle prove dell’intimità con uno scrittore”. Queste interazioni sfociarono in discussioni sulla “natura dell’osservazione”, che richiedeva “onestà, distacco e una misura di coraggio” sia dall’osservatore che dall’osservato. Smiley realizzò che anche lei “veniva osservata”, e che l’aspetto più interessante non erano le loro osservazioni reciproche, ma l'”atto stesso dell’osservazione”. Questa dinamica meta-narrativa trasforma la scrittura in un’esplorazione della relazione umana e della percezione reciproca.

La natura del romanzo stesso cambiò, evolvendo “nella sua creazione” più di qualsiasi altro lavoro di Smiley. Spesso si trovava ad affrontare un nuovo capitolo senza la minima idea di cosa avrebbe scritto, un’esperienza che non aveva mai “incontrato, o forse dovrei dire sofferto, prima”. Nonostante la maggiore lotta con l’immaginazione, ciò che appariva sullo schermo del computer dopo lo sforzo la “sorprendeva e deliziava più che mai”, rendendola sempre “ansiosa di condividerlo”. Emergeva un'”esuberanza improvvisativa” che eccitava ed intratteneva entrambi, diventando “in retrospettiva, l’obiettivo della scrittura di ogni giorno”. Avere un pubblico “pronto e non giudicante” le diede la “libertà e il conforto di non sapere cosa stesse facendo”, accettando che una via per la fine sarebbe diventata chiara una volta raggiunta. Un cambiamento importante fu la rottura con la segretezza intrinseca che Smiley aveva associato alla scrittura di romanzi. “Ogni altro romanzo che avevo scritto era stato un segreto”, un atto solitario di “meditazioni private”. Sebbene fosse una “buona vita per una persona riservata”, lei la trovava “scomoda”, quasi una “doppia agenzia”. Includere Jack nel suo processo significò renderlo “partecipe dell’evoluzione, parte dell’evoluzione” stessa, eliminando persino questo “benigno segreto” tra loro.

Questa nuova modalità portò Smiley a vedere la creazione di un romanzo “più come far scorrere acqua attraverso un tubo che mettere oggetti in una scatola”. Essendo il romanzo “parlato man mano che usciva”, divenne anche più consapevole di come il materiale entrava: “delle domande che faceva alla gente e delle loro risposte, delle cose che osservava e usava, di ciò che ascoltava di nascosto e leggeva e cucinava insieme nell’offerta del giorno”. Questo si allinea con le riflessioni di David Lodge nel suo libro “After Bakhtin” sulla “varietà di voci che entrano nella narrazione”, che per Smiley divenne un’esperienza quotidiana: “una miriade di voci che entravano in me e tenevano banco”. Se in precedenza aveva concepito la scrittura come un intrattenimento solitario di personaggi immaginari, ora accoglieva “molte più voci in modo più attivo”, che “scorrevano attraverso di lei fino a Jack, le venivano restituite nella sua attenzione e nel suo interesse”.

Inevitabilmente, il rapporto tra i due si approfondì, e il romanzo stesso divenne “più comico man mano che le possibilità dell’amore crescevano tra loro”. La discussione sulla scrittura divenne una costante nella loro vita. Quando Smiley disse a Jack che avrebbe scritto questo pezzo sulla “vita di scrittore”, gli diede 30 secondi per pensare a una parola. La parola che Jack pronunciò fu: “amore”, una definizione che racchiude l’essenza dell’intera esperienza. Per Smiley, un romanzo non è un “oggetto o un possesso”, ma “un punto in cui linguaggio, movimento, sentimento e pensiero si solidificano per un momento, grazie all’azione di, diciamo, un particolare volontario”. In definitiva, “è un atto d’amore”.

La riflessione di Jane Smiley nel suo articolo “The muse: the listener also instructs” offre una prospettiva affascinante e profondamente umana sul mestiere della scrittura. Dal superamento della solitudine creativa all’integrazione di un pubblico intimo come parte integrante del processo, Smiley ridefinisce la “musa” non come un’entità astratta, ma come un “ascoltatore” attivo che modella e arricchisce l’atto creativo. Il suo percorso dimostra che la chiarezza narrativa, la vitalità comica e persino la struttura evolutiva di un romanzo possono essere profondamente influenzate da un’interazione relazionale diretta e da un feedback immediato, anche se minimo. La sua conclusione, che il romanzo è in ultima analisi un “atto d’amore”, non solo fornisce un messaggio personale, ma eleva il mestiere della scrittura al di là della mera produzione letteraria o della risposta alle tendenze culturali, in un regno di connessione umana e di profonda reciprocità.

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